giacomo ricci

  mostre

La logica di Dedalo


 

 

 

Furore Inn Resort, Furore, luglio-agosto 2001

 

La mossa del cavallo

 

Partiamo dalla "mossa del cavallo". Come si sa, il cavallo, nel gioco degli scacchi, gode di una particolare proprietà , quella di scartare di lato ed effettuare un vero e proprio salto per muoversi; in questo modo esso può scavalcare - è proprio il caso di dire - gli avversari e, in qualche modo, raggirarli.

 

 

 

Questo particolare modo di comportarsi della pedina cavallo nel gioco degli scacchi si presta anche a svariate interpretazioni metaforiche, come, ad esempio, fa Viktor Sklowsky in un suo saggio, piuttosto conosciuto, che porta il titolo La mossa del cavallo, per l'appunto.
Sklowsky si riferisce, nel suo lavoro, al comportamento tipico della poesia e dell'arte ed enuncia una sua particolare teoria. Perché questa teoria è rilevante e perché parlarne ora? E' importante perché, in questa particolare interpretazione, l'artista e il poeta vengono investiti da un compito essenziale. L'arte si trasforma, in quest'ottica, in una sorta di gioco, in base al quale si costruiscono artifici, artefatti che sono in grado di restituire significato alle parole quando queste lo abbiano perduto nell'uso quotidiano, perché il linguaggio che normalmente adoperiamo tende alla massima funzionalizzazione ed a fare smarrire il complesso di valori, che potremmo definire "magici", che con esso in origine venivano coniugati.


L'arte sarebbe, quindi, un mirabile artificio che restituisce senso profondo alle parole e le colloca in un luogo originario di compimento del significato di cui sono portatrici.
Questa teoria individua il lavoro dell'artista paragonandolo al modo di muoversi del cavallo negli scacchi che, al posto di procedere in un'unica direzione prestabilita come i pedoni ed i Re, salta con uno scarto laterale spiazzando, in un certo senso, gli avversari.


Una teoria che presenta molti risonanze nel pensiero contemporaneo e che, anche se con molte differenze, è rintracciabile nel modo di intendere il mondo e l'espressione artistica di molti poeti, filosofi, critici, come, ad esempio, Heidegger, Rilke, Hofmannsthal, Hoelderin.
Per tutti costoro la poesia e l'arte sono sublimi strumenti per restituire (o tentare di restituire) significato alle parole, un senso profondo ed originario che altrimenti sarebbe destinato a perdersi irrimediabilmente.

Spostandoci, ora, ai miei tentativi di disegno, possiamo considerarli come puro divertimento, un gioco che si fonda su una operazione piuttosto semplice ma che si presta, spesso, a creare grandi effetti come quello di decontestualizzare gli oggetti. In questo modo le cose di ogni giorno vengono trascinate in contesti differenti. Ad esempio, possiamo pensare di avere a nostra disposizione un catino, di riempirlo di acqua e, successivamente, possiamo pensare di immergere in quest'acqua una città (diminuendone, ovviamente le dimensioni per far sì che possa essere contenuta nello spazio ristretto del catino pieno d'acqua).

 

   

 

Pensiamo, ancora, che i rubinetti delle fontane - che di norma sono all'interno delle case - siano ubicati all'esterno, ad esempio, sulla cinta muraria periferica e che buttino i loro getti di acqua nel catino come se fossero delle grandi cascate che alimentano il mare nel quale la città è immersa. Possiamo pensare di aver realizzato una piccola città lagunare (una Venezia improbabile e microscopica) che se ne sta tranquilla (?) all'interno di un secchio (o forse è meglio un tino fatto di assi di legno in modo che i nostri pensieri corrano verso una particolare associazione di idee, quale quella di una fresca cantina che possa ospitare tutto il complesso della nostra costruzione immaginaria.

 

 

Vogliamo aggiungere un elemento perturbante più forte che, come dire?, scuota un po' di più i nostri futuri spettatori? Pensiamo di immergere nell'acqua un occhio. Un occhio ha una forma che richiama quella argentea di un piccolo pesciolino. Basterà aggiungerci una piccola coda e una pinnetta dorsale per suggerire a pieno quest'idea. L'occhio galleggia nell'acqua e se ne va girando di qua e di là intorno alle mura della città lagunare. La nostra è una vera e propria operazione di sovvertimento semantico perché decontestualizza gli elementi che manipola, ne distrugge le funzioni originarie e suggerisce, al nostro inconscio, associazioni di idee libere.


Si tratta di una metodologia antica, dovuta ai dadaisti prima e, successivamente, ai surrealisti e Breton.
Io ed Antonia, che si occupa degli oggetti (abiti, manichini, panneggi, bombette e cappelli, veli e così via) che è possibile rintracciare nei percorsi della mostra, tentiamo di utilizzare le stesse metodologie "inventive", per così dire, di Breton e Giacometti che, in giro tra i mercati delle pulci, scovavano percorsi occasionali tra gli oggetti che capitavano, per caso, tra le loro mani. Questi itinerari, perdendo ogni connotazione funzionale, si trasformavamo in veri e propri sentieri narrativi, pretesti per raccontare storie.

 

 

E, così facendo, venivano messi in piedi dei veri e propri reattivi psicologici capaci di far risuonare nodi di significato nascosti nel profondo dell'anima, proprio come la tecnica delle associazioni di idee mette in moto l'inconscio e porta alla luce grumi di senso seppelliti nella preistoria personale di ognuno, che si credeva fossero irrimediabilmente perduti.La realtà - o le realtà plurime - che viene fuori da questo modo di procedere si basa su una metodologia di decontestualizzazione degli oggetti ma ha (può avere) come fine l'affioramento delle parole nascoste, degli oggetti di desiderio dimenticati.

 


Ognuno di noi, inconsciamente, affida agli oggetti domestici, come insegna Gaston Bachelard, ricordi o, più spesso, grandi significati dimenticati, se non addirittura intere cosmologie, fondazioni ed evoluzioni di universi, di galassie perdute, lontanissime. Si tratta di operazioni che abbiamo compiuto in giovanissima età che, successivamente, lungo il corso turbinoso ed in-significante della vita pratica, finiamo per smarrire senza rendercene conto. Ma, anche se il nostro ricordo di offusca o si annichila, ogni oggetto domestico conserva una propria anima connessa alla sua forma (al suo suono se si tratta di una parola o di un frammento musicale, al suo colore se si tratta di un segno grafico-pittorico e così via) e, dunque, può, in certe particolari condizioni, animarsi e parlare , vivere o far rivivere i nostri ricordi, i nostri primi rudimenti di pensiero, le nostre immaginazioni lontane, tutto il repertorio di "figure" che, ora, se ne stanno nascoste da qualche parte ma che vorrebbero emergere e parlare nuovamente, raccontarsi e raccontarci, in tutta la loro e nostra singolarità esistenziale.


Da una macchinetta del caffè può uscire un mostro dell'inchiostro che se ne sta appiattito su di un foglio di carta ma che, forse, può migrare verso lo spazio tridimensionale della nostra stanza e incuterci paura.

 

   

 

Dal disegno alla narrazione, dunque.

Ed è chiaro, in tutto questo, il supporto fondamentale della tecnica esecutiva.
Il disegno è un esercizio rigoroso, da praticare con estrema serietà, quotidianamente, per lunghi periodi di tempo (decenni) per sperare di riuscire a capirci qualcosa, per imparare a leggere la realtà e definire l'irrealtà (l'Invisibile di cui parla Rilke) che si cela tra le pieghe di questa.
In tutto questo operare, bisogna ammetterlo, esiste una vera e propria libido di distruzione del confine consueto delle cose e di localizzarle altrove.


In Alice in Wonderland, che può considerarsi un vero e proprio prototipo del racconto surrealista, si sommano centinaia di stranezze che, però, hanno grande attinenza critica con la realtà.
Quando, ad esempio, il cappellaio matto e il leprotto bisestile festeggiano il loro non-compleanno, bevono tazze di te l'una dietro l'altra. Le tazze sono già preparate, in un numero molto grande ma finito, su un grande tavolo. Loro bevono e passano alla tazza successiva lasciando quella sporca al suo posto, senza curarsi di mettere in ordine. Alla domanda di Alice che li interroga se che cosa mai accadrà quando le tazze saranno finite rispondono con un'alzata di spalle e continua a bere te in maniera forsennata.

La "politica del cappellaio matto", ci ricorda Norbert Wiener, fondatore della cibernetica, è quella seguita dagli uomini "moderni" nei confronti delle risorse messe a disposizione dalla natura che saccheggiano senza alcuna riserva e che stanno distruggendo sempre più in fretta. Cosa accadrà alla fine?, domanderebbe Alice.


I semplici giochi di decontestualizzazione semantica messi in campo dall'arte e dalla poesia hanno, alla fine, lo scopo di porre interrogativi, sul nostro Io profondo e sul mondo in cui siamo immersi.

 

Giacomo Ricci (Intervento di presentazione della mostra)