giacomo ricci

  mostre

L'immaginario domestico


 

Libreria CLEAN, Napoli, marzo 1988


 
di Vittorio Losito

 

Basta guardare le cose, le persone, il mondo in un "altro" modo ed ecco che le automobili che affogano la piazzetta spariscono, la fontana bianca con la statua di bronzo incomincia ad emettere speciali radiazioni ed i vecchi e malandati palazzetti intorno recuperano uno stile misterioso, ricordo di un passato che non c'è mai stato. Poi ci si infila in un vicolo oscuro con una luce in fondo. Si seguono i fili luminosi, ci si trova in una silenziosa sala bianza dove intorno, alle pareti, si inseguono i sogni sognati da Giacomo Ricci: perfetti, nitidi, la loro razionalità apparente è un assoluto grafico.

 

 

"Il perfezionamento tecnico non ha lo scopo di avvicinare la rappresentazione all'oggetto, ma al contrario, di staccarla sempre più per farne una 'cosa in sè'" scriveva Alberto Savinio. Ci si sente spettatori di questa cosa in sè percependo nelle opere di Ricci strani richiami ad un sopramondo sognato più che sensibile. Infatti Ricci racconta qualcosa che non appare tutta nella iconografia esterna dei suoi lavori; c'è il sentore di un presagio: c'è la possibilità di recuperare il significato magico delle cose; e non si fa certo fatica a coglierlo tra gli specchi che riflettono segreti paesaggi, palloncini colorati che sollevano campanili e colonne, oche simbolicamente prigioniere di un esile filo che trascinano tutto un mondo nel loro volo.

 

 

Ebbene, cosa c'è in comune fra questa nitida e lieve poesia che ci viene incontro dai disegni di Ricci ed i cadaveri squisiti definitivamente mummificati del surrealismo? Il lavoro di Ricci recupera invece la dimensione contemplativa della metafisica che la distingue dall'automatismo, dal frottage, dalle provocazioni dadaiste del caso: Ricci, come i pittori metafisici, sente il fascino del passato e da che "siamo esseri antichi".

 

 

Questi disegni ci ricordano piuttosto l'antica tradizione germanica dell'arte come "mechanica", come impegno assiduo nel fare, moralità di un lavoro fabrile, artigiano. E' una ragione morale quella che distingue un'autentica da un'illusoria poetica. Quelle divise mondane fiammeggianti bruciano un piccolo sogno di un successo sociale e lasciano nuvole di fumo a completare solidi paesaggi di un medioevo contadino del quale i misteri laici non riescono ad oscurare la semplice gioia; ma la gioia, si sa, è un breve istante: uno stupore meatfisico fa vacillare l'elementare e solida logica del gioco infantile.

E dunque le opere di Ricci ci rivelano come egli si accosti alla poetica surrealista con mentalità figurativa italiana: il sogno unisce il presente al passato, ai fantasmi risorti dell'infanzia., al medioevo contadino dei villaggi di casette cubiche intorno al campanile a strisce orizzontali. Il Medioevo è anche l'età del fumetto, delle illustrazioni di storia sacra, per quadri, sulle facciate delle cattedrali: illustrazioni molto concrete, utilizzabili subito: si spiega come fare. E' lì che nasce il "manuale" la "regola" degli Ordini religiosi. Ciò che non si conosce lo si inventa, si dà corpo alle paure come ai sogni.

 

   

 

L'infanzia medioevale di Ricci è un atteggiamento emotivo profondo e radicato: non mancano accenni a crudeltà infantili (gli occhi strappati ed appesi): su tutto regna il fermo e rassicurante sole dell'infanzia dallo sguardo chiaro. Eppure l'opera di Ricci trasmette una insicurezza profonda e poetica che fa da contrappunto al rigore del segno: questa ambiguità rende leggere ed inaspettate le immagini e rivela a chi guarda l'illusorietà della sua come d'ogni condizione: si raggiunge alla fine la certezza che è il gioco delle illusioni, la poesia, a farci guarire dal mondo.

Robert Walser dolcemente ironico, evocato da Ricci con le sue parole intorno ad una foto, ci segue nella nostra visita, piccola divinità simbolica e vagante che tiene lontana la "paranoia critica" di Dalì e dei suoi epigoni.