giacomo ricci

  mostre

la casa onirica


 
con Antonia Esposito

Centro "Ellisse", Napoli, febbraio 1986


 
antonia e giacomo: una casa da sogno

 

di Donatella Mazzoleni

La prima cosa che ho visto, visitando la "casa onirica" di Antonia e Giacomo Ricci, sono stati i disegni, e nei disegni, la prima cosa che ho notato sono state le cornici. Non tanto quelle reali, di legno, quanto quelle finte, disegnate o anche solo accennate: i bordi, insomma.

 

 

Da quando il Rinascimento definì quadri e disegni come "finestre prospettiche" aperte sull'immaginario del mondo, ohgni volta che le cornici non fanno il loro dovere, che è quello di essere, come insegnava papà Vasari, "telaio di legno e altro materiale, variamente decorato e sagomato, dove s'incastrano quadri specchi e simili", ciò che si mette in moto è la collisione tra l'immaginario e la realtà. Perfettamente all'interno di certa tradizione manierista e surrealista, qui le cornici non incastrano proprio niente. Stanno più "dentro" che "intorno" ai disegni: a volte sono doppie (cornici di cornici), a volte con la scusa di delimitare specchi ti fanno trovare dentro quello che dovrebbe stare fuori

 

 

Se la cornice non fa il suo dovere, ciò che va in crisi è la nozione stessa di confine; tra realtà e immaginario, tra ciò che può essere visto e ciò che può essere sognato. E, tra oggetti di diverse dimensioni, è indebolimento della distinzione tra le diverse scale dell'esperienza spaziale, cioè tra arredi, architetture, città: la città "invade il tavolo da cucina", lo specchio dell'armadio è la soglia di un paesaggio urbanizzato, dai manuali tecnici colano fiumi e proliferano edifici e così via. E' facile il gioco dell'inquietudine e l'impossibilità di percepire noi stessi come esistenti, come materia nello spazio.

 

 

Sapersi come corpo non è forse sapersi come "dentro e fuori"? Se il confine si affievolisce, è la stessa esperienza primaria del corpo che rischia di svanire. E, in effetti, nei disegni di Giacomo Ricci il corpo non c'è: abiti vuoti popolano stanze, edifici e piazze in cui regna il silenzio. Gli edifici sono scatole di Facciate, quinte teatrali, maschere il cui spazio interno è il nulla. La città diventa uno scenario.

 

 

La scena: l'apparato spaziale che celebra il privilegio dell'occhio. Ancora una volta, ciò che qui si consuma, è una histoire de l'oeil con le sue tranquille efferatezza e vedi il Maestro Escher). Il corpo vanificato, smaterializzato, è ridotto allo sguardo. E l'occhio, l'organo della visione, ne è l'inquietante reperto anatomico, dotato di una mostruosa maniacale vita propria: occhi molli come meduse sono le uniche cose che vivificano, strisciando, gocciolando, certi allucinati paesaggi. Il problema è che il voyerismo porta sempre dentro di sè qualcosa di sadico: un disiderio di distanza, uno stimolo alla ripugnanza del contatto. Sento qui molta aggressività - come dire - "ritorta". (In un angolo un manichino, feticcio del coro, sanguina ...)

 

 

L'altra metà della mostra: gli abiti di Antonia. Gonfi, sospesi, veleggianti, bianchi e rosa, celebrano del corpo assente, un'enfasi gioiosa, la danza allegra e innocente, insomma ciò che nei disegni è negato: il gesto, l'espansione, la risata, il respiro. L'abito: tessuto messo in forma attorno al corpo. Tessuto: la "textura" è l'intreccio, la trama e ordito, di fili d'erba per la creazione di una pelle artificiale a protezione del corpo (che chiamiamo abito) - e la "tectura" è l'intreccio in trama e ordito, di fili d'erba più duri, cioè tronchi di legno, per la creazione di una pelle artificiale ulteriore (che chiamiamo casa). Architettura è ciò che nasce da questo calore, da questa cura del corpo. Antonia si finge bambina che gioca ai travestimenti e che fa del teatro immaginario nella sua stanza da letto, davanti allo specchio dell'armadio.

 

 

Ma è una custode del senso: il senso vitale dell'architettura, che nei disegni appare atterrito, congelato, espunto.

Che succede, insomma, in questa mostra? C'è la rappresentazione contemporanea di due cose opposte: il senso gioioso degli oggetti nega il nonsenso tormentato dei disegni e viceversa?

 

Qui appare evidente che il materiale esposto è un lavoro di coppia, e che va guardato quindi complessivamente proprio nella sua duplicità, come sedimento di un complesso gioco delle parti. "Lui" sembra rappresentare, di una complessa unità, la parte socialmente visibile, quella che ha il potere (e l'ossessione) dell'occhio, quella che ha a che fare con l'eccesso di luce (l'allucinazione), con il vuoto e, in qualche modo, la morte. "Lei" della stessa complessa unità sembra rappresentare la parte nascosta, quella che ha scelto "il silenzio", che ha a che fare con l'ombra, con il contatto a occhi chiusi, e in qualche modo con la custodia, nonostante tutto, dei semi quotidiani della vita.

"IL MATTINO", martedì 25 febbraio 1986