giacomo ricci

  mostre

progetto per improbabili storie


 
o

Libreria CLEAN, Napoli - febbraio/marzo 1987


 
Manuali tascabili di metafisica

 

di Benedetto Gravagnuolo

 

Immaginate di aprire la porta di casa e di entrare in cucina e di scoprire che sul vecchio tavolo di legno massiccio è stata costruita una chiesa di campagna con un campanile di pietra e di accorgervi poi che al di sotto del tavolo v'è un altro tavolo ancora più piccolo su cui poggia un'altra chiesa rurale con a fianco una sedia con uno schienale altissimo che sembra una scala a pioli che conduce di nuovo sul piano di quello stesso tavolo su cui sta seduto un omino lillipuziano che sta leggendo una ristampa in formato microscopico de "I quattro libri dell'architettura" di Andrea Palladio mentre un alito di vento autunnale gli smuove leggermente la sciarpa come se fosse una bandiera. Ebbene siete entrati dentro uno dei "Progetti per improbabili storie" di Giacomo Ricci.

 

 

Se amate la grafica, questa è una mostra da non perdere. E nell'osservarla vi chiederete se si tratti di veri progetti o di meri sogni di architettura. Ma direi che è fin troppo facile intuire che quei disegni non sono altro che calligrafiche illustrazioni di un inverosimile "manuale tascabile di metafisica".
E allora perché Ricci li ha dipinti? Per quale motivo un architetto ormai maturo (autore di due bei saggi su Bruno Taut e Hermann Finsterlin e che da anni svolge una qualificata ricerca universitaria) ha perso tanto tempo nel disegnare con preci-sione certosina fin nei dettagli minimi le visioni della propria fantasia?

 

 


Si può provare a rispondere in termini "colti", citando il surrealismo di Magritte, la metafisica di De Chirico e la stessa architettura disegnata da Taut. E, indubbiamente il lavoro di questi autori è (a suo modo) presente nella imagerie di Ricci. Si potrebbe anche aggiungere che l'esercizio grafico ha giocato un ruolo non trascurabile nell'architettura di tutte le epoche. Ma è una risposta ancora parziale.
Volendo andare più a fondo non si può, tuttavia, che azzardare che qualche supposizione. Ed io credo che Ricci abbia voluto suggerire una risposta dedicando idealmente questa mostra a Robert Walser. Com'è noto, Walser era uno strano poeta-scrittore - solitario, ironico e un po' folle - che adorava (nella vita, come nei racconti)girovagare senza meta, osservando e descrivendo i piccoli misteri dell'esistenza quotidiana. Oppure sprecare molte ore nel trascrivere più volte i testi in bella grafia, inchiodato in una sedia in una sorta di una voluttà di autoemarginazione. I suoi scritti furono molto apprezzati da Kafka e da altri pochi intenditori. Morì, quasi dimenticato, alla fine di una lunga "Passeggiata".
 
Ai giorni nostri, quando tutte le grandi illusioni ideologiche appaiono dissolte (e i soli valori di massa accettabili sembrano essere diventati la competizione e il successo) leggere ed amare Walser è già di per sé una scelta significativa.

Ricordo di aver visto la prima volta i disegni di Giacomo Ricci nella sua casa di campagna presso Baia. Rimasi colpito dalla straordinaria rassomiglianza di quelle stanze - affollate di oggetti, di libri e ricordi - con le rappresentazioni dei suoi grafici. E sorse naturale il sospetto che quella casa non foss'altro che un eremo in cui Ricci aveva deciso di rinchiudersi per dedicarsi, nella quiete rurale, alla scrittura, alla ricerca ed ai suoi fantasiosi progetti per improbabili storie; progetti improduttivi e privi d'ogni scopo immediato se non quello del sottile piacere di disegnare meticolosamente il racconto delle proprie passeggiate interiori, fottendosene del mondo.

("IL MATTINO", martedì, 17 febbraio 1987)